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NICOLA PASZKOWSKI

Parlare di se stessi è arduo e difficile. È come guardarsi allo specchio cercando di vedere nell’immagine riflessa tutto ciò che di buono e bello conosci e vorresti far conoscere di te. Guardarsi allo specchio è un gesto molto intimo e al contempo coraggioso ed è così che vorrei che fosse anche questa mia biografia.

Tante volte mi è stato chiesto il motivo del mio cognome polacco e da sempre, oltre allo spelling, ne racconto la storia per non imbattermi in anacronistici equivoci, come quando è capitato che il pubblico si sia stupito di come parlavo bene l’italiano o organizzatori stranieri abbiano esitato nel propormi la direzione di un’opera italiana…

Sono italiano, toscano, fiorentino, anche se casualmente sono nato a Milano perché mio padre lavorava lì.

Il cognome Paszkowski, infatti, è giunto in Italia con il mio bisnonno, Karol, originario di Cracovia, in Polonia. Agli inizi del ’900 Karol, dopo aver sposato l’austriaca Annie Mannhart, si stabilì a Firenze, dove aprì una fabbrica di birra (la birra Paszkowski, appunto), che poi cedette alla Wüher nel 1935. Qualche anno dopo Karol ricoprì la carica di console onorario a Firenze, città che ospitava da tempo una numerosa colonia polacca. Ancora oggi, nella centrale piazza della Repubblica, esiste il Caffè Paszkowski, che adottò il nome della birra nei primi anni del Novecento. Anche questa attività non ha niente a che fare con la mia famiglia: altro equivoco che spesso devo spiegare.

Se l’origine del mio cognome trova le sue radici nel ramo polacco, è indubbio che l’aspetto fisico si ritraccia nelle radici fiorentine: molto forti, infatti, sono le somiglianze che mi accomunano al bisnonno Giovanni Papini. Foto e ritratti parlano chiaro. Stanislao di Karol Paszkowski sposò nel 1929 la primogenita del grande letterato fiorentino: la nonna Viola. 

Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia e in un ambiente sensibile all’arte, alla cultura, favorevole quindi alla nascita di una passione per la musica. Ero molto piccolo quando ho iniziato a dire che avrei voluto fare il direttore d’orchestra; questo mi ha portato dopo qualche anno a iniziare la lunga, lunghissima strada degli studi musicali. Ricordo che feci l’esame di ammissione al Conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze che ancora dovevo iniziare a suonare uno strumento. Nella stanza c’era la pianista Maria Tipo che mi fece fare degli esercizi ritmici, chiedendomi poi quale strumento mi sarebbe piaciuto suonare: risposi il pianoforte o il violoncello! Fui ammesso nella classe di violoncello, ma - ahimè - mi fu suggerito di studiare pianoforte, perché “per un aspirante direttore d'orchestra il pianoforte è lo strumento più completo”. Ancora oggi rimpiango di non aver iniziato lo studio del violoncello.

Il percorso scolastico è stato intenso e mi ha portato a diplomarmi con il massimo dei voti in direzione d’orchestra al Conservatorio di Firenze.

Ricordo con molto piacere le telefonate del Direttore che mi chiedeva di sostituirlo nelle prove con l’orchestra del Conservatorio. Quante letture a prima vista: cosa che forse ha un senso per uno strumentista, ma che per un aspirante direttore d’orchestra è una prova veramente curiosa. Resta indubbio, però, che aver avuto in quel periodo la possibilità di “sbacchetare” molto è stata una grande opportunità.

Negli ultimi anni di studio in Conservatorio, partecipai al corso-concorso per giovani direttori d’orchestra italiani al Teatro La Fenice di Venezia. Ricordo un divertente preambolo del Presidente di giuria, il quale affermò che il concorso era per soli giovani direttori italiani perché era stufo di vedere cognomi stranieri sui manifesti dei nostri teatri. Il mio cognome, Paszkowski, figurava tra i quattro vincitori che seguirono il corso tenuto da Emil Tchakarov.

Ho studiato in quegli anni anche al Mozarteum di Salisburgo, nei corsi estivi tenuti da Ferdinand Leitner, e all’Accademia Chigiana di Siena, nel corso tenuto da Carlo Maria Giulini. Il Maestro Giulini ho avuto la fortuna di frequentarlo anche privatamente e poi, successivamente, alla Scuola di Musica di Fiesole, quando teneva il corso di direzione ed io preparavo l’orchestra. Più di una volta Giulini mi ha chiesto di non preparare così bene l’orchestra, altrimenti gli allievi direttori non avrebbero saputo cosa fare. Bellissimo complimento detto da un grande musicista! Erano quelli gli anni immeditamente successivi al diploma, quando insieme ad un gruppo di valenti, giovani amici musicisti avevamo formato un’orchestra da camera, I Solisti di Fiesole, con i quali ho avuto la fortuna di fare molti concerti, collaborando anche con  numerosi solisti di prim’ordine, fra i quali il clarinettista klezmer Giora Feidman. 

Ricordo con molto piacere una critica inaspettata di Leonardo Pinzauti, apparsa sul quotidiano “La Nazione”, ad un concerto da me diretto con I Solisti di Fiesole, in cui si diceva che se i Direttori artistici avessero avuto l’abitudine di frequentare i teatri più piccoli, come fanno i procuratori dei giovani calciatori quando vanno a vedere le partite nei campi di periferia, i giovani musicisti e soprattutto il loro direttore, avrebbero potuto tranquillamente giocare/esibirsi nei campi di serie A, cioè nei teatri più importanti.

E ancora nello stesso periodo ebbi un incontro con il Direttore artistico del Teatro del Maggio, il quale mi disse di conoscere le mie qualità, ma che per dirigere un’orchestra di quella levatura bisognava fare molta gavetta. Osservazione che trovai giusta e che oggi noto non essere più seguita.

La gavetta mi fece notare da Piero Farulli, che mi chiamò a dirigere il Messiah di Händel con l’Orchestra Galilei della Scuola di Musica di Fiesole. Fu una bellissima opportunità che venne subito arricchita da una nuova proposta da parte del Maestro Farulli: quella di diventare il direttore principale dell’orchestra fiesolana. Tanti, tantissimi sono stati i concerti fatti con la Galilei in Italia e all’estero. Ricordo con particolare piacere, oltre al Messiah, l’integrale dei concerti per pianoforte di Beethoven eseguiti per festeggiare Maria Tipo, suonati da cinque suoi ex allievi, e i tanti Concerti di Capodanno eseguiti al Teatro Comunale di Firenze. 

Il lavoro fatto con l’Orchestra Galilei mi ha poi aperto le porte, nel 2000, dell’Orchestra Giovanile Italiana. Ricordo ancora la telefonata di Piero che mi diceva che avrei preso il posto di Angelo Faja come Maestro preparatore dell’OGI. L’esperienza con la Giovanile è stata lunga e bellissima: più di dieci anni di intenso lavoro, centinaia di giovani musicisti sono passati in orchestra lavorando con me e oggi ho spesso il piacere di incontrarli nella professione, o di sentirli privatamente con molto affetto.

La Giovanile è stata per me un’importantissima occasione per formarmi un grande repertorio sinfonico; abbiamo lavorato negli anni quasi tutte le sinfonie di Mahler, Brahms, Schumann, Beethoven, la Sagra della primavera di Stravinskij, i Quadri di un’esposizionedi Musorgskij, e poi Prokof’ev, Bruckner, Šostakovich, Penderecki, Verdi, Berlioz, preparando spesso tutto questo per illustri direttori d’orchestra. Il consegnare l’orchestra “chiavi in mano” a grandi interpreti è stata per me sempre una grande responsabilità, vederli contenti del lavoro svolto una grande gioia. Per fare alcuni nomi ricordo Claudio Abbado, Roberto Abbado, Yuri Ahronovich, Gabriele Ferro, Daniele Gatti, Carlo Maria Giulini, Eliahu Inbal, Zubin Metha, Riccardo Muti, Gianandrea Noseda, Krzysztof Penderecki e tanti altri. Da ognuno di loro ho imparato qualcosa: questa attività è stata in fondo un  lungo corso di direzione d’orchestra durato più di dieci anni. E come si afferma spesso, da cosa nasce cosa: così è stato anche in questo caso, quando portai la Giovanile ad unirsi all’Orchestra Cherubini fondata da Riccardo Muti. Il programma era la Sinfonia Fantastica di Berlioz. Il Maestro Muti, non potendo fare la prima prova, chiese che la realizzassi io. Un piccolo inciso: sono stato fin da piccolo un grande fan di Riccardo Muti, andavo a sentire i concerti da lui diretti al Maggio e a fatica trattenevo le urla liberatorie a fine esecuzione. Potete immaginare quanto mi emozionò l’idea di preparare l’orchestra per lui: era come se si chiudesse un cerchio.

Il cerchio in realtà si apriva: il Maestro fu contento del lavoro svolto e mi invitò a dirigere un concerto con la Cherubini e l’OGI al Festival di Ravenna del 2009. Così è nato lo splendido rapporto che ho la fortuna di vivere ancora oggi con Riccardo Muti. Subito dopo il concerto, Cristina Mazzavillani Muti, insieme al Maestro in camerino, mi chiese se volevo dirigere Il trovatore con la sua regia. Che dire? Un sogno dirigere Verdi con l’Orchestra Cherubini e la regia di Cristina Muti. Da allora è nato un sodalizio stupendo, che mi ha portato a dirigere la bellezza di sei opere di Verdi - le tre “popolari” (Rigoletto, Il Trovatore, La Traviata) e le tre shakespeariane (Macbeth, Otello, Falstaff) - e La bohème di Puccini, ma soprattutto ho avuto l’opportunità di imparare la grande lezione del Maestro Muti su come si dirige l’opera e di collaborare con una donna stupenda, visionaria e sensibile, dalla quale ho appreso tantissimo. 

Insieme abbiamo rappresentato i due cicli verdiani in maniera completa, cioè un’opera a sera: una considerevole prova di “tenuta” che mi ha dato grandi soddisfazioni. Il rapporto con Riccardo e Cristina Muti è stato ed è ancora oggi fondamentale per la mia crescita di musicista. Non mi dimenticherò mai la telefonata da Chicago di Cristina che mi chiedeva se conoscevo il Nabucco, perché da lì a una settimana avrei dovuto fare le prime letture al Teatro dell’Opera di Roma al posto del Maestro. Studiai come un matto e una settimana dopo ero a dirigere la prima prova in buca. Quel Nabucco l’ho poi diretto a San Pietroburgo nel bellissimo Teatro Mariinsky, nel 2011, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni della Repubblica Italiana. 

Il rapporto con l’Opera di Roma mi ha portato l’anno seguente ad essere chiamato a formare l’orchestra giovanile del teatro. È stata una bellissima esperienza durata tre anni: in quell'occasione ho lasciato la Giovanile Italiana. Il lavoro con le realtà giovanili ha quindi caratterizzato molto l’inizio della mia carriera e di questo sono orgoglioso. Oggi le torno a dirigere con grande passione. Passione che rinnovo sempre anche quando lavoro con l’orchestra del Conservatorio di Musica Guido Cantelli di Novara, dove sono il titolare della cattedra di Esercitazioni Orchestrali. 

In questi anni ho avuto la possibilità di approfondire attentamente sia il repertorio sinfonico che quello operistico. La vocalità mi affascina particolarmente e, soprattutto, il concetto di “voce” e di “canto”, che sento forte in qualsiasi genere di repertorio. Questo mi accompagna sempre, sia nel momento delle esecuzioni che dello studio, o pensando alla musica a spasso con il cane o nelle mie amate girate in bicicletta.

 

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